Babilonia (2006/2007)

Spettacolo FINALISTA al FESTIVAL VOCI DELL'ANIMA 2012 / X EDIZIONE

Vincitore del Premio CONFINE CORPO

 

Motivazione della Giuria

Un deserto di morte - bianco come la mancanza di un orizzonte - immette lo spettatore in un cimitero di corpi, resi algidi da una mancanza di dialogo, di verbi. In "Babilonia" la compagnia Dulcamarateatro spiega - arte nobile e difficile, qui compiuta - la solitudine che è installata nel genere umano: al movimento frenetico, fa da contraltare una morte che sfiorisce, che è fatta dio spazi desolati, di mocro movimenti di quotidianità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ideazione scene e regia: Valentina Cidda

Assistente alla regia: Beniamino Brogi

in scena:  Caterina Cidda, Alessio Mariottini, Marco Perfetto, Mirco Sassoli, Agnese Verdelli

suoni: Stefano Santoni

luci: Marcello Lumaca

Tecnico luci: Giovanni Monzitta

Costumi: Ilaria Tenti

Un ringraziamento speciale a Alberto Spurio Pompili/ Il Carro di Jan (Teatro Castiglion Fiorentino/Arezzo)

Produzione: dulcamarateatro

Con il sostegno di: Comune di Lucignano/Arezzo



Babilonia è un dramma sulla solitudine umana. Cinque personaggi, cinque solitudini incarnate, mosse dagli eventi come ciottoli di fiume sul ciglio dell'abisso. Tutto è casualità nell'assenza di consapevolezza, nel vuoto materico di abitarsi senza conoscersi, di scontrarsi senza incontrarsi, di rialzarsi senza mai alzarsi.

Due pagine di uno stesso dramma: la prima è nel mondo esterno, è in ciò che si vive e si mostra di se, è in ciò che si agisce e si grida, zittendo l'anima al cospetto di un mondo distratto, capace soltanto, forse, di elargire giudizi come sbadigli; la seconda e nel mondo interno, è un galleggiare nel liquido denso dell'inconscio di ognuno, dal quale si emerge, uno alla volta, aggrappandosi all'sola della propria tragedia, della propria ferita sepolta, del proprio disperato segreto. Babilonia è un viaggio doloroso e coraggioso al di la delle apparenze, in un oscuro ventre inconscio che muove i fili della coscienza ribaltando le prospettive, i significati, i giudizi, le condanne e le assoluzioni. Come in ogni lavoro di Dulcamarateatro è "l'umanità" in senso stretto e nel significato più vasto, "l'umanità di ognuno", quella singolare potenza dell'essere che ci accomuna e ci distingue e che, alla fine ci pone davanti agli altri nella consapevolezza che, alla fine del viaggio, gli altri siamo noi e viceversa. E' "l'umanità", colpevole e redenta da se stessa ad ogni passo, ad essere simbolicamente presa tra le braccia e cullata, qualunque cosa accada, qualunque azione sia compiuta, qualunque violenza sia urlata.



NOTE:

Babilonia" è uno spettacolo diviso in infiniti frammenti, una quantità di scene esistenziali che si toccano, si sfuggono, si aggrovigliano, e tuttavia un'unità spaziosa, avvolgente, totalizzante. Spazi scenici, immagini, atmosfere, di sonorità oscillanti tra acustico ed elettronico, ora alienanti, ora apocalittiche, ora trasognate e cullanti, di psichedelici vortici luminosi dai toni glaciali, di un ammassarsi di suoni, di sguardi, di solitudini palpabili, di corpi spezzati...

Gli attori in babilonia non parlano: pensano.

Il linguaggio che percepiamo proviene dall'interno, da una dimensione che quotidianamente resta per noi inaccessibile: passa attraverso un pensiero che spesso si discosta con violenza da quella che sembra essere l'apparenza delle cose, il superficiale svolgersi e incatenarsi degli eventi. Ne deriva una tensione estetica nel quale i gesti fluiscono armonicamente singhiozzando sul fondo di uno lento, prolungato smarrimento. Pertanto, le voci dei personaggi provengono da dentro, da dietro, da sotto, "dalla parte di là". Sono voci registrate, filtrate, specchi sonori del groviglio di tutti i paradossi-filamenti della ragnatela in cui la vita smarrisce se stessa frammentandosi.

L'abisso non ci divide. L'abisso non divide mai nulla. L'abisso circonda.

Questo pensiero che prende corpo dalla mente di uno dei personaggi è il perno intorno al quale ruota il senso dell'intera messa in scena: "Babilonia" è un immersione nel tempo eterno di Babele, oggi più che mai urlante, incarnato, vivente. L'accento è posto su di una nuova "dimensione spirituale della materia", su una sorta di interiorità che si rivela nella superficie delle cose, nella loro fisionomia, nel loro movimento singhiozzante, nella loro disposizione-indisposta alla vita. Sono i corpi, icone del nostro tempo, a parlare molto prima delle parole. Corpi umani, corpi frammentati, corpi tesi e protesi, confinati nel vuoto di una sospensione che resta irrisolta.

 





Note di regia

Ho pensato fin dall'inizio che Babilonia sarebbe stato uno spettacolo imbevuto di poesia ancor prima di tracciarne con chiara definizione i confini filosofici,la poesia richiede l'ingresso in uno spazio senza "ragione" apparente, un mondo dai confini molli e sfuggenti, una dimensione molto più vicina al sogno, la cui funzione poi non è altro che quella di trasferire dall'inconscio alla superficie della nostra coscienza, dall'antro oscuro della nostra intima sibilla alla luce della consapevolezza, segnali d'allarme, informazioni preziose, messaggi complessi, per aiutarci a vivere da esseri reali la spietata bellezza della realtà...

Viviamo nell'era della comunicazione, eppure, (forse proprio per l'intrinseca struttura paradossale che prevede l'integrazione degli opposti in ogni realtà della vita, da Parmenide in poi relegata nell'antro più sepolto e inascoltato di tutta la storia del pensiero occidentale), proprio nell'era della comunicazione non si comunica più, non si possiedono più gli strumenti perché una reale comunicazione possa davvero essere messa in atto.


Si "informa" al massimo. Ma è ben altra cosa.

Nell'informazione non c'è poesia.

L'informazione corrisponde ad un processo passivo, unilaterale, allorché è priva di quella assimilazione profonda e di quella elaborazione interiore e critica capace di trasformare l'informazione in un principio di comunicazione.

Letteralmente "informare" significa "dare una forma", "mettere dentro una forma" e, di fatto, il mondo cambia forma nel momento in cui cambiano forma i suoi abitanti, poiché sono loro a modellarlo, cambiano forma le coscienze storpiate da una continua frammentazione di ogni dato umano, sia esso sentimento, pensiero, parola, immaginazione nonché dalla loro distribuzione in scatolette preconfezionate sul mercato del vuoto.

Si scavano tra gli esseri umani solitudini senza fondo.


Un'idea fissa attraversa il nostro tempo saturo di comunicazione: l'idea di una tendenza sempre più forte di ognuno al ripiegamento sul suo territorio, su quello che costituisce la sua differenza e quindi la propria identità separata!

Ci si trova a sognare il radicamento di un nuovo spazio insulare della separazione…

Eppure non è aggredendola e contestandola che si può affrontare questa generale innegabile tendenza.

Essa è del tutto naturale, comprensibile, "umana" in un sistema sociale dominante che violenta senza riguardo ogni identità facendosi portatore di un'innumerevole quantità di pregiudizi,di presunzioni, di "assenze" che urlano il loro vuoto nell'esaltazione di una pienezza fittizia, di un annebbiamento dei sensi con cui percepiamo e comunichiamo e, di conseguenza, di una sempre più radicata "sordità" nei confronti di se stessi, del proprio linguaggio interiore e dei linguaggi altrui.


Per rendere reale, anche solo ipotizzabile, una comunione di anime, corpi, culture e singole vite umane al cospetto di loro stesse, occorrerebbe prima di tutto un lungo silenzio profondo, un silenzio in cui si torni ad imparare il sacro segreto dell'"ascolto". Laddove non si è disposti ad ascoltare e a farsi ascoltare, laddove prima di parlare non ci si porta insieme un dito alle labbra, nessuna vera comunicazione potrà mai avere luogo.


Nella mitologia greca Ermes, il messaggero degli Dei, l'emblema stesso della comunicazione, è raffigurato con le ali sui calzari e sull'elmo, niente di più trasparente per rappresentare ciò che si trasferisce, ciò che passa da una mente all'altra attraverso la velocità e la leggerezza della parola. Eppure, nelle stesse iconografie, Ermes ha un dito sulle labbra a suggerire o forse addirittura a ordinare il silenzio.

Ermetico significa chiuso, celato, accessibile solo ad una profonda conoscenza e ad un profondo ascolto da parte di colui che si avvicina. La comunicazione avviene prima di tutto per opera di chi ascolta, perché solo un ascolto sincero può aprire la strada alla dissoluzione dell'ermetismo.


Il canto delle sirene ha certamente rapito Ulisse, ma chi dice che le sirene non fossero a loro volto rapite dal modo in cui Ulisse era coinvolto dalla loro seduzione?


Chi mai potrà valutare con esattezza l/apporto di un pubblico fortemente motivato alla riuscita di uno spettacolo?


Potremmo per paradosso affermare, ( e l'intenzione di Babilonia si trova molto a suo agio in una tale paradossale affermazione), che tra quanti stanno sul palco e quanti stanno in platea c'è solo la differenza che i primi sono pagati per farlo mentre i secondi generalmente pagano. Per il resto è forse difficile dire chi rappresenta uno spettacolo e chi lo va a vedere.

Certo è che se non v'è bilateralità in un dialogo di qualsiasi genere, se non v'è disponibilità profonda e assoluta che feconda prima di ogni cosa il seme dell'amore, Ermes è destinato a rimanere pressoché muto e la solitudine è destinata a sconfinare senza tregua.

"Babilonia" cerca umilmente di lanciare silenziosamente questo grido d'allarme, nella speranza che pubblico e attori riescano a trovare insieme, di volta in volta, il punto di frattura dell'intimo "ermetismo" che ognuno di noi porta dentro di se come la propria isola, lambita purtroppo sempre più spesso, dalle onde dense di un'apparenza alienante e ingannatrice.

Valentina Cidda

 

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